Ton ton siyaka, ton ton siyawa.. (la sabbia sale, la sabbia scende..) –
da “I grandi proverbi Jawa”
Nel vasto e polveroso Mare delle Dune di Tatooine, dove i soli gemelli cuociono la sabbia fino a farla diventare vetro e i predoni Tusken urlano alle lune, viveva un eroe. O meglio, viveva una creatura umanoide, alta un metro e un tappo, avvolta in un saio marrone che puzzava di olio lubrificante e bantha sudato. Il suo nome era Jik Jik.
Jik Jik non era il tipico eroe da olo-film. Non aveva armi scintillanti, né un mantello svolazzante, e di certo non aveva un aspetto possente (anche perché nessuno aveva mai visto cosa ci fosse sotto quel cappuccio, a parte due occhi gialli e luminosi che sembravano dei fanali antinebbia). Ma Jik Jik aveva un sogno: diventare il più grande mercante di rottami del pianeta (non sapeva che esistesse una “galassia” e se lo avesse saputo avrebbe certamente ampliato i suoi piani ed i suoi sogni).
Per farlo, aveva bisogno del “Pezzo”.
Il Pezzo, secondo le leggende sussurrate nei corridoi bui dei Sandcrawler, era un mitico “Dissipatore di calore modulante RHB-22” (nome che faceva presagire un funzionamento oscuro), capace di far funzionare un droide astromeccanico anche se gli mancava metà della scheda madre e aveva un nido di topi del deserto nel telaio. Si diceva che fosse custodito nella fortezza di un signore del crimine Hutt particolarmente paranoico, noto come Blorbo il Viscido.
“Utinni!” esclamò Jik Jik, alzando il suo fidato fucile a ioni (che aveva assemblato usando un tubo di scarico di uno speeder e un tostapane rotto). Era il momento di agire.
La fortezza di Blorbo era un incubo di sicurezza: c’erano guardie Gamorreane che grugnivano ad ogni angolo, droidi sentinella con un grilletto facile e trappole laser che avrebbero affettato un Wookiee come un salame. Ma Jik Jik aveva un piano. Un piano brillante, audace ed assolutamente, incredibilmente stupido. Si avvicinò all’ingresso principale, trascinando dietro di sé un droide protocollare arrugginito che aveva trovato in un angolo dimenticato del Sandcrawler. Il droide, che si chiamava C-3P-Oh-No, non faceva altro che lamentarsi.
“Oh, cielo! Siamo spacciati! Ci trasformeranno in rottami! Oh No! La mia placcatura dorata è già rovinata!” piagnucolava il droide.
Jik Jik gli diede un calcio sullo stinco metallico. “Utinni!” (Zitto e cammina, ammasso di bulloni).
Arrivati davanti alle guardie Gamorreane, Jik Jik fece la sua mossa. Iniziò a gesticolare freneticamente, indicando il droide e poi sé stesso, emettendo una serie di squittii e borbottii incomprensibili. Le guardie si guardarono, confuse.
“Oink? Grugn?” fece una di loro, grattandosi la testa verde.
Jik Jik, approfittando della loro confusione, tirò fuori dalla tasca del saio un oggetto luccicante: un ologramma portatile che proiettava l’immagine di una femmina Gamorreana in bikini. Le guardie rimasero ipnotizzate, sbavando copiosamente. “Sgrunf? Sgrunf!”
Con un balzo felino (o meglio, un balzo da topo del deserto), Jik Jik sgattaiolò oltre le guardie, trascinandosi dietro il povero C-3P-Oh-No.
La fortezza di Blorbo il Viscido era un labirinto di decadenza e opulenza corrotta, un monumento alla sua smodata ricchezza e al suo gusto discutibile. Appena varcata la soglia, l’aria ti colpiva come un pugno: densa di fumo di narghilè speziato, l’odore pungente di spezie esotiche, l’aroma dolciastro di cibi alieni e un sottile, ma persistente, sentore di umidità e muffa proveniente dalle cisterne di melma in cui Blorbo amava crogiolarsi.

Le pareti erano rivestite di arazzi sfilacciati che un tempo dovevano essere sontuosi, ora macchiati e scoloriti, raffiguranti scene di caccia Hutt o creature mostruose. Il pavimento era un mosaico di piastrelle rotte e tappeti logori, scivoloso in alcuni punti per la melma o per le fuoriuscite di bevande alcoliche. Luci fioche e rossastre emanavano da lanterne appese, gettando ombre lunghe e danzanti che nascondono angoli bui e figure ambigue.
Corridoi stretti e tortuosi si aprivano in ampie sale affollate di creature di ogni specie: mercenari con armature scrostate, scommettitori con sguardi avidi, schiavi silenziosi e droidi di servizio. Al centro di tutto, la sala del trono di Blorbo, un’enorme piattaforma rialzata dove il gigantesco Hutt si adagiava tra cuscini di seta sporca, circondato da guardie Gamorreane e da servitori attenti.
In questo labirinto di corridoi umidi e stanze piene di cianfrusaglie. Jik Jik si muoveva con l’agilità di un’ombra, evitando le pattuglie e disattivando le trappole laser con una maestria che avrebbe fatto invidia a un maestro Jedi (se mai i maestri Jedi si fossero trastullati a rubare rottami).
Finalmente, arrivò alla stanza del tesoro. Al centro, su un piedistallo di velluto rosso, riposava il Pezzo: Il Dissipatore di calore modulante! Brillava di una luce azzurra e pulsante, promettendo ricchezza e gloria.

Jik Jik si avvicinò, con gli occhi gialli che brillavano di avidità. Allungò le manine guantate…
“Fermo lì, piccolo topo della sabbia!” tuonò una voce profonda e viscida.
Blorbo l’Hutt era apparso da una porta laterale, scivolando sul pavimento come una lumaca gigante. Era accompagnato da due cacciatori di taglie Mandaloriani, armati fino ai denti.
“Pensavi di potermi derubare, eh?” rise Blorbo, facendo tremare i suoi innumerevoli menti. “Prendetelo!” I Mandaloriani alzarono i blaster. Jik Jik era in trappola.
Ma un eroe non si arrende mai.
Con un movimento fulmineo, afferrò il Dissipatore di calore e lo infilò nel petto aperto di C-3P-Oh-No. “Utinni!” urlò, premendo un pulsante sul retro del droide.
Il droide protocollare iniziò a vibrare violentemente. I suoi occhi si illuminarono di rosso e una voce metallica e distorta rimbombò nella stanza.
“ATTENZIONE. SOVRACCARICO DEL SISTEMA. AUTODISTRUZIONE IMMINENTE IN 3… 2… 1…”
Blorbo e i Mandaloriani sbiancarono (per quanto un Hutt possa sbiancare). Si voltarono e fuggirono a gambe levate, urlando terrorizzati.
Jik Jik, con un sorriso furbo nascosto sotto il cappuccio, diede un colpetto al droide. La vibrazione si fermò e la voce tornò normale.
“Oh, cielo! Oh no! Che spavento! Pensavo davvero di esplodere!” disse C-3P-Oh-No.
Jik Jik recuperò il Dissipatore di calore, se lo mise in tasca e si incamminò verso l’uscita, fischiettando una canzoncina Jawa. Aveva sconfitto un signore del crimine, battuto cacciatori di taglie e rubato il tesoro più prezioso del pianeta. Non male per un tizio alto un metro e un tappo.
E mentre il sole tramontava su Tatooine, la leggenda di Jik Jik, il Jawa eroico, iniziava a diffondersi. Perché, come dicono sempre i Jawa: “Non importa quanto sei piccolo, importa quanto è grande il rottame che riesci a trovare.”
Utinni!

